Memorie di una testa malata
by fabio bonfante
Oggi è il 27 gennaio.
Il numero 27 mi è caro per una serie di motivi.
E’ un numero ricorrente, per molti di noi, i più fortunati è un giorno di paga, per altri gli anni in cui i loro idoli si sono ammazzati, per altri ancora è il giorno della memoria.
Già la memoria.
Il giorno in cui tutti ci ricordiamo, che ormai 70 anni fà, in Europa, su al centro nord, ma anche in alcuni luoghi qui nel nostro territorio, si seviziavano, torturavano, sterminavano centinaia, migliaia, milioni di esseri umani.
Bambini. Donne. Uomini.
Io mi chiedo come si possa dimenticarlo gli altri giorni.
Come può un uomo dimenticarsi di una cosa del genere.
E’ passato molto tempo, e le genti future, i ragazzi nati negli anni novanta, non hanno la percezione seppur lontana che abbiamo avuto noi, parlo della mia generazione di 40enni, che abbiamo i genitori che sono nati negli anni del ventennio fascista, che abbiamo avuto i nonni o i bisnonni, che in quegli anni erano soldati o disertori o partigiani o tutti e tre insieme.
Noi abbiamo visto con i nostri occhi i numeri tatuati sugli avambracci di quei vecchietti che d’estate giocavano a carte all’ombra di un platano sfiorito, con una bottiglia di vino scadente a bruciargli le budella.
Noi abbiamo passato l’infanzia sulle ginocchia tremolanti di un vecchio dallo sguardo triste perso nel vuoto, che quando pronunciava le parole Libia, Grecia, Albania, Abissinia, Birchenau, Yugoslavia, scoppiava a piangere come un bambino; e le lacrime se le asciugava con il suo fazzoletto rosso e nero liso dal tempo, ma caro al suo cuore.
Lui con le dita dei piedi congelate dal ghiaccio della campagna di Russia, Lui con le ossa ferite dal gelo dei campi di lavoro e dei monti partigiani poi.
Lui che si scaldava quando sentiva parlare di ingiustizie seppur lontane che non sopportava, Lui che quando vedeva ex commilitoni gonfiarsi il petto punto di medaglie, sputava catarro di sigaro e borbottava parole incomprensibili nel suo dialetto dell’ottocento e li malediva come si fa con le malattie più contagiose.
Lui che mi ha insegnato cosa vuol dire Giustizia, cosa significa Libertà, cosa vuol dire Amare la propria Terra, essere disposti a morire per essa e per i suoi figli. Lui che un giorno mi diede un sigaro e mi disse di fumarlo solo quando mi sarei sentito veramente un Uomo; Lui che un giorno se ne andò in silenzio, proprio il giorno in cui io tornavo da una Tripoli non più italiana.
A lui vanno questi miei pensieri.
A lui e a tutti quelli che come lui, ma meno forntunati che sono morti, torturati, massacrati, per permettere a me di essere vivo, a noi di essere qui oggi a ricordarlo.
Lo dobbiamo a Lui e a tutti quei milioni di Esseri Umani, che altri animali hanno voluto uccidere.
Lui sarà sempre con me, tatuato nella mia anima, nel profondo del mio cuore.
E quel sigaro, non ho ancora avuto il coraggio di fumarlo, perchè davanti alla memoria di tutto questo, non mi sento ancora un Uomo.